Sesso, bugie e virus letali

Collezione 100% Marvel: Punisher Max 4

Punisher Max 13/18 di Ennis & Braithwaite – Gennaio/Maggio 2005
Panini Comics – Marzo 2006 – 17 x 26 cm, brossurato, colore, 10 €

Questa recensione è di Claudio Mauricio Crimi Trigona
ed è stata pubblicata sul sito UBCfumetti
il 3 maggio 2006

La seguente versione è riveduta e corretta dall’autore

Copertina di
100% Marvel Max 18
Punisher, vol 4: Madre Russia
Disegno di Doug Braithwaite
© Marvel Comics 2005 / Panini Comics 2006

Castle & Fury

Nuova storia per Frank Castle/The Punisher, coinvolto in una missione di puro spionaggio nel cuore della Siberia in cui il senso di deja-vu e l’ultra-violenza la fanno da padroni. Alle sue spalle Nick Fury, iracondo e arrapato come mai lo si era visto, una sorte di Punitore Due.
Al contrario lo stile di scrittura è riconoscibile tra mille: quello di Garth Ennis.
Questa volta però c’è qualcosa di diverso: l’autore di Hellblazer, The Preacher e Hitman ci aveva abituato a messaggi linguisticamente e visivamente spietati che erano solo uno specchietto per allodole sotto cui si celava un messaggio ben preciso, sempre positivo. Questa volta, come per il recente Thor: Vikings, non è così.

Qualunque cosa pur di portare a termine un lavoro

Nick Fury, pur di ritornare al comando dello S.H.I.E.L.D., accetta di gestire una missione per un gruppo di generali della Marina USA, in cui un virus letale deve essere prelevato da una base missilistica nucleare russa nel cuore della Siberia. A questo scopo convoca Frank Castle, il Punitore. Frank accetta l’incarico in cambio di informazioni governative in possesso dello SHIELD su criminali più o meno importanti. A complicare le cose ci pensa lo scienziato creatore del virus che, prima di morire e non sapendo dove nasconderlo, lo inietta alla figlia di circa sei anni assieme al relativo antidoto. Come se ciò non bastasse i militari che hanno organizzato l’operazione non sono stati proprio cristallini con Fury sulle modalità da seguire per portare a termine l’intera missione. Avendo solo 48 ore a disposizione prima che l’antidoto distrugga completamente il virus, il Punitore, aiutato dall’ambiguo Capitano Martin Vanheim, penetra nella base in cui è tenuta prigioniera la bambina e lì si scatena il caos: le cose non vanno come dovrebbero e Frank Castle si trova di fronte ad un quesito molto semplice: cosa può fare un pazzo come lui, affiancato da un agente della Delta Force esperto in sistemi di sicurezza, in trappola e con a disposizione trenta missili nucleari balistici nel cuore della Santa Madre Russia?

Disegno di Doug Braithwaite per la cover di Punisher vol 7 n. 13,
© Marvel Comics – Gennaio 2005

Come ammazzare un centinaio di soldati
senza tanti perchè

Garth Ennis scrive da sempre storie violente ma in questi episodi di Punisher versione Max ( etichetta Marvel che produce fumetti Parental Advisory Explicit Content, non adatto a un pubblico infantile ) si lascia andare: sangue, corpi smembrati, viscere, materia grigia e arti piovono letteralmente in un tripudio di carne triturata. Frank spara indiscriminatamente portando avanti un’autentica mattanza le cui frattaglie cadono sul pavimento ammucchiandosi in un’orrenda poltiglia rossastra. Inutili i tentativi di umanizzare un personaggio talmente brutale con le attenzioni da lui manifestate nei confronti della bambina: grazie a Ennis, Frank diventa un pazzo sadico che per portare a termine la sua missione non si pone alcuna remora nell’uccidere centinaia di persone con armi dalla potenza di fuoco impressionanti e dalle riserve di munizioni inesauribili..
Viene quindi il dubbio che forse l’autore abbia voluto semplicemente riportarlo a una sua precedente peculiarità: punire tutti i colpevoli di qualsiasi reato, dallo spaccio di droga al passaggio in macchina con il rosso del semaforo. Perché francamente la funzione dell’ostentazione di tutti quei corpi seviziati, di tutte parti anatomiche che esplodono e altre orrende mutilazioni sfugge. Eppure, forse, il messaggio di Ennis vuole essere un altro tanto nascosto da essere evidentissimo.

Punisher (Max) 15 Tavola 17 Vignetta 1
Disegno di Dougie Braithwaite
© 2005 Marvel Comics / 2006 Panini Comics

Forse Ennis ci vuole dire che gli USA, soprattutto nel gestire la loro politica estera, sono questo: uno dei compiti del Governo Americano è infatti quello di tutelare il proprio popolo dalla consapevolezza che le questioni politiche non solo sa risolverle in questo modo ma le VUOLE risolvere in questo modo: i patrii confini statunitensi esistono solo per tenere fuori tutta quella violenza e fuori, nel resto del mondo, tutto viene gestito con questo modus oscenamente barbarico e disumano, affinché il Mondo tema la sua ferocia affiancata da una tecnologia bellica spaventosa.

“Guarda!”

Il segno di Braithwaite è sporco tanto a somigliare a quello di Zaffino, autore che, assieme a Klaus Janson, contribuì a rappresentare la cupezza di The Punisher e di Batman nei primi anni novanta, disegnando storie scritte da autori in grado di non tradirne lo spirito originale, come invece succede in questa storia. Le pagine orlate di nero sono adeguate all’atmosfera di un disegno che non lascia spazio alla fantasia e che ben rappresenta l’Inferno in Terra Russa che si scatena dalla metà del volume in poi.

Punisher (Max) 16 Tavola 4 Vignetta 4
Disegno di Dougie Braithwaite
© 2005 Marvel Comics / 2006 PaninI Comics

Dalla Russia con malsano disprezzo

Parecchie sono le considerazioni da fare su questo volume che, al contrario di altri 100%, contiene una storia che non poteva essere altrove collocabile. Storia che colpisce più per l’inutilità che per la spietatezza. Perchè se è vero che manca assolutamente un messaggio di fondo positivo ce n’è più di uno negativo. Quello che più rispecchia i tempi che sono è che un uomo entra in una nazione diversa dalla sua nel più assoluto segreto, squarta, uccide, crivella e ruba, per poi tornare indisturbato indietro. Il fatto che i russi in questa storia siano senza scrupoli non giustifica tale gesto arrogante. Il secondo è la violenza di cui sopra, troppo esplicata per essere semplicemente un voler essere a tutti i costi un prodotto MAX. Terzo, c’è un machismo compiaciuto che non si riesce più a confondere con l’antimilitarismo a cui Ennis ci ha abituati: Fury che prende a cinghiate il Colonnello responsabile dell’attentato dei falsi terroristi islamici, costato la vita di un centinaio di turisti americani; Frank che intimorisce un gruppo di soldati americani con la sua sola determinazione; il terribile Nikolai Alexandrovich Zackharov che definisce Castle non un americano ma un russo nato là per errore, tale è la sua determinazione nel portare a termine quanta più distruzione possibile; e il finale in cui Ennis fa fuggire Frank nascosto in un missile nucleare. Sono tutte trovate che un tempo venivano liquidate con un’unica parola: americanate. Ma ciò che non balza all’occhio ( cosa molto più preoccupante ) è che il volume è venduto in libreria senza alcun avvertimento in copertina: in Italia qualsiasi ragazzino può procurarselo per 10 euro. Nessuna meraviglia: in Italia si possono pubblicare storie di questo tipo per il circuito librario senza che generi scalpore alcuno, ma appena si compra un fumetto il cui protagonista è un bambino con il pisellino di fuori ( Dragon Ball ) immediatamente qualche politicastro ignorante fa la solita demagogia da strapazzo urlando alla pedofilia.
Viviamo proprio in una nazione bizzarra.

Screenshot originale della pagina UBC contenente la recensione
originale che si trova al link
http://www.ubcfumetti.com/comics/?11127
© CMCT e UBCfumetti

Non aprite quella libreria!

Oltre le pareti di un negozio di libri si nascondono segreti incredibili

Questa recensione è di Claudio Mauricio Crimi Trigona
ed è stata pubblicata sul sito UBCfumetti
il 2 aprile 2006

La seguente versione è riveduta e corretta dall’autore

Collana Thriller 10: Desdy Metus L’insonne 5Libri di sangue
di Di Bernardo/Matteuzzi & Scacchia/Statella/Borgioli
Copertina di Giuseppe Palumbo
Febbraio 2006
Free Books – 16 x 21 cm, brossurato, B/N, 2,40 € – bimestrale

Copertina de L’Insonne n. 5
Disegno di Giuseppe Palumbo
© 2006 Free Books

La trama, di per sè, sembra semplice: Desdy si imbatte in un anziano amante di libri, un narratore anacronistico dai molti segreti. È custode di un luogo magico in cui pochissimi possono accedere e dove trovano rifugio i libri dimenticati dall’alba dei tempi a oggi. Ma la Loggia Nera riemerge dal passato del padre di Desdy e travolge tutto con la propria violenza finalizzata al raggiungimento del potere e al mantenimento dei propri segreti.

Isaia Metus visto da Scacchia
Desdy Metus n. 5 Tavola 1 Vignetta 2
© 2006 Free Books

Per questo una sera telefona amareggiato a Radio Strega e così entra nella vita di Desdemona. Ma la libreria di Loris nasconde segreti incredibili tra cui l’accesso alla immensa “Necropoli dei libri perduti”, una biblioteca sconfinata in cui sono raccolti tutti i libri dimenticati e tutti i libri che “potrebbero essere scritti”. Ma quando la libreria viene data alle fiamme dagli sgherri di uno stilista senza scrupoli ciò che emerge dalle macerie è il misterioso cadavere di una donna uccisa moltissimi anni prima. A complicare le cose provvede Cronide, sempre affiancata da Hans, che ordisce un piano per eliminare Isaia Metus coinvolgendo proprio il figlio di Loris che vive in un convento, afflitto da gravi turbe psichiche.

Il giovane Isaia visto da Andrea Borgioli
Desdy metus 5 Tavola 55 Vignetta 5
© 2006 Free Books

Il tema delle biblioteche fantastiche è da sempre sfruttato in letteratura. Da Borges (eccezionale immaginifico scrittore argentino) in avanti abbiamo più volte sognato di città e luoghi utopistici. In questo caso, nonostante il fascino che tali luoghi hanno sempre avuto sul lettore, la presenza della “necropoli dei libri perduti” è quasi un contorno, relegata com’è sullo sfondo dell’intreccio narrativo. La sceneggiatura scorre abbastanza bene, sviscerando altri misteri relativi a Cronide, a Isaia Metus, a Hans, alla Tetrabank e alla Loggia Nera e aggiungendone altri (ma che avrà mai detto Isaia a Cronide per sconvolgerla così tanto?), ampliando così il background della serie, infittendone l’imbastitura e rendendola tutt’altro che banale.
Una trama complessissima ma ben gestita da Giuseppe Di Bernardo e Francesco Matteuzzi.

Note dolenti

Le note dell’albo invece sono la vera nota dolente. I disegnatori sono tre e si alternano in una sequenza troppo altalentante per qualità. Alessandro Scacchia, purtroppo, non ha un tratto “tra Moebius, Nizzoli e Bacilieri” ( come citano le note in seconda copertina ) ma ha i tratti di Moebius, Nizzoli e Bacilieri afflitti da grave e dolorosa confusione. Questa mania dei redazionali di incensare aldilà di ogni buon senso chiunque si stia pubblicando ha raggiunto proporzioni mastodontiche: questo non è saper “vendere un prodotto”, questo non avere ritegno. Senza contare che si mette in seria difficoltà l’oggetto del “complimento”, in questo caso il povero Scacchia: paragonare un disegnatore non certo eccellente come lui a vuol dire non essere critici perché si dimentica volutamente che i vari Moebius & C. non sono fatti di solo talento, ma anche di tanta applicazione. Tanti sforzi si traducono in esperienze, esperienza di anni di pubblicazioni. Quindi perchè fare paragoni improponibili per qualunque disegnatore alle prime esperienze?

L’approssimatività di Statella (matite) e Scacchia (chine)
Desdy Metus 5 Tavola 84 Vignetta 1
© 2006 Free Books

Ma torniamo al lavoro di Scacchia e Statella. Perchè oltre a essere un’accozzaglia di stili veramente sgradevole bisogna anche fare i conti con una composizione delle vignette piuttosto puerile, priva com’è di prospettive e proporzioni. Tuttavia è possibile che questa mancanza di fluidità e godibilità sia dovuta solo alla fusione di stili tanto diversi: difatti, a parte le prime trentotto tavole ( interamente disegnate da Scacchia ), le successive ( escluso il flashback ) sono state inchiostrate da Scacchia sulle matite di Daniele Statella, che ha dovuto cercare di amalgamare il proprio stile a quello di un altro disegnatore. Fortunatamente ci sono i flash-back di Andrea Borgioli che sollevano un po’ le sorti dell’albo, con un segno graffiante, abbozzato ma intenso.

Concludendo

Tre i libri a cui si è ispirato Di Bernardo per questa storia e tutti e tre hanno per protagoniti i libri: L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafòn, La biblioteca di Babele del già citato Jorge Luis Borges e Il libraio di Selinunte di Roberto Vecchioni. Inoltre il titolo è ispirato più dall’omonima canzone di Frankie HI-NRG MC che da Clive Barker (come si poteva erroneamente credere leggendo il titolo dell’episodio e a cui sicuramente il simpatico cantante si è ispirato).
Libri di sangue in effetti è un titolo d’effetto più che un riferimento di quanto narrato nel racconto. Infatti in questo caso i libri sono più testimoni muti di un dramma che parte di sottecchi e si trasforma in una ragnatela morbosa di segreti e verità terribili, alcune delle quali non vengono rivelate al lettore e sono difficilmente intuibili. La fitta matassa si lega ad altri drammi ancora più morbosi. Storia veramente gradevole. Però Di Bernardo può osare di più, come ci ha dimostrato in alcuni dei numeri precedenti.

Una brutta notizia: quella del numero cinque è l’ultima copertina disegnata dal grande Giuseppe Palumbo. Nonostante questo, sbirciando la quarta di copertina, si può intravedere che le cose saranno comunque piacevoli.

Screenshot originale della pagina UBC contenente la recensione
originale che si trova al link
http://www.ubcfumetti.com/desdymetus/?11046
© CMCT e UBCfumetti

I Giovani Vendicatori

Marvel Mix 61: I Giovani Vendicatori 1
Febbraio 2006
Young Avengers 1-4 di Heinberg & CheungAprile-Luglio 2005
Panini Comics – 17 x 26 cm, brossurato, colore, 4 € – bimestrale

Questa recensione è di Claudio Mauricio Crimi Trigona
ed è stata pubblicata sul sito UBCfumetti
il 22 marzo 2006

Il pezzo fa parte di Avengers Project
Avengers Project è stato ideato e proposto dall’autore a uBCfumetti alla fine del 2005 e doveva comporsi di schede enciclopediche dedicate al gruppo di eroi Marvel

La seguente versione è riveduta e corretta dall’autore

Copertina di I Giovani Vendicatori 1
Disegno di Jim Cheung
© 2006 Panini Comics

Sidekick? No grazie!

Su Marvel Mix n.61 comincia l’avventura editoriale Italiana di Young Avengers, una collana innovativa per la quarantennale carriera degli Avengers ma che ripercorre una delle prassi più sfruttate dal mondo Mutante Marvel da New Mutants fino a New X-Men anche se, nei redazionali di Giorgio Lavagna, il ruolo di questa nuova collana viene piuttosto sminuito a quello di sidekicks, i ragazzi spalla, molto in voga nell’età d’oro del comic statunitense. C’è molto di più, ovviamente, e ce lo dimostrano Allan Heinberg ( già sceneggiatore di serial televisivi famosi tipo Sex & the City ) e il talentoso Jim Cheung creando una piccola perla incastonata nella continuity Marvel.

Copertina di Young Avengers 2
Disegno di Jim Cheung
© 2005 Marvel Comics

“Chi $%£@ sono i giovani Vendicatori?”

È la domanda che, con il suo solito garbo, J.J. Jameson pone alle due giornaliste Jessica Jones e Kat Farrell in apertura del primo episodio. La domanda è legittima perchè improvvisamente in città compaiono quattro giovani eroi che Jameson chiama con quel suo senso dell’ironia tipico a quello di un sasso Thor Junior, Piccolo Iron Man, Giovane Hulk e Caporal America. Ma, davvero, chi $%£@ sono in realtà?

Il Bugle ci chiama I Giovani Vendicatori
da Young Avengers #1
Tavola 18 Vignetta 1
Disegno di Jim Cheung
© 2005 Marvel Comics / 2006 Panini Comics

Rispondere a questa domanda toglie sicuramente il gusto a chi non ha ancora letto questo volumetto comprendente i primi quattro episodi di Young Avengers pubblicati negli USA tra aprile e luglio del 2005, ma gli ingredienti sono tanti e tali che è impossibile citarne anche solo uno senza rivelare informazioni essenziali sulla trama. E allora poniamo solo qualche quesito, giusto per stuzzicare ulteriormente la curiosità del lettore.
Perchè Patriot ( colui che Jonah chiama Caporal America ) indossa un costume molto più simile a quello di Bucky piuttosto che a quello di Capitan America?
Come fanno i Giovani Vendicatori ad avere accesso all’ex-base dei Vendicatori?
Perchè Kang è così interessato al giovane Iron Lad/Piccolo Iron Man?
Perchè Visione, prima di venire distrutto da She-Hulk ( in The Avengers 500 del settembre 2004 – in Italia nel n. 74 di Thor del maggio 2005), ha sentito la necessità di localizzare la “generazione successiva di Vendicatori”?
Riusciranno Cassie Lang ( figlia di Scott Lang, il secondo Ant-Man ) e Kate Bishop a diventare Giovani Vendicatrici?
Riusciranno Capitan America, Iron Man e Jessica Jones a convincere questi adolescenti a desistere dal continuare a essere super-eroi?
Quali sono i poteri non ancora manifestati di Hulkling/Giovane Hulk e Wiccan/Thor Jr.?
Riusciranno i Giovani Vendicatori, aiutati dai tre “anziani” Vendicatori, a salvare Iron Lad dal triste destino che lo attende?

Copertina di Young Avengers 3
Disegno di Jim Cheung
© 2005 Marvel Comics

I quesiti sono tantissimi e tutti vengono lasciati in sospeso alla fine del volumetto lasciando che la fantasia del lettore galoppi, almeno fino alla pubblicazione di Marvel Mix n.62 ( ad aprile ).

“The boys & the city”

Seguendo il trend attuale imposto da Quesada la Marvel si affida ancora a uno sceneggiatore della TV e, anche in questa occasione, la scelta è azzeccata. La storia preparata da Heinberg è tuttaltro che frivola e, nonostante i protagonisti siano tutti adolescenti, un senso di tragedia permea la storia, a partire dai terribili backgrounds di Patriot e Iron Lad, cresciuti nel rancore il primo e nella paura di essere scovato da Kang il secondo.

Chi siete?
da Young Avengers #1
Tavola 20 Vignetta 4
Disegno di Jim Cheung
© 2005 Marvel Comics / 2006 Panini Comics

A questi due drammi si sovrappongono quello di Cassie Lang, ancora disperata per la morte del padre ( Scott Lang alias il secondo Ant-Man è morto in Avengers n. 500) e il fantasma della responsabilità della morte di Bucky, di cui Capitan America non riesce ancora a liberarsi. E ancora: la presenza di Visione, smembrato nella sua forma fisica, austero e silenzioso in quella olografica ricorda la tragedia avvenuta sulle ultime pagine della collana The Avengers. Heinberg fa veramente tanti riferimenti alla continuity, dandoci l’impressione di essere un veterano lettore di comics: la storia del siero del super-soldato, Kang, con la sua capacità di modificare la realtà grazie a quella sua scienza folle e quella arroganza che lo spinge sempre molto oltre di quanto si possa immaginare. Non è facile inserire in una storia tanti elementi e renderla scorrevole ma la classe non è acqua per cui la lettura è scorrevole e regala parecchi colpi di scena.

Copertina di Young Avengers 4
Disegno di Jim Cheung
© 2005 Marvel Comics

Dalla Crossgen con furore

Jim Cheung è un giovane talento che poco ha prodotto, dopo l’esperienza Crossgen in cui si è fatto le ossa. In Italia non è ancora noto ma è sicuramente una persona che nel disegno sa il fatto suo. Al di fuori della colorazione (ormai perennemente “meravigliosa” al punto da non fare più alcun effetto) i disegni sono ben curati: le anatomie, i costumi, le espressioni. Le identità dei vari personaggi non si distinguono solo per il costume indossato, tutto è al punto giusto: quando un lavoro è ben fatto c’è poco da aggiungere.

Tony Stark e Cassie Lang
da Young Avengers #3
Tavola 12 Vignetta 1
Disegno di Jim Cheung
© 2005 Marvel Comics / 2006 Panini Comics

Young Sidekicks? Assolutamente no

Questi cinque super-ragazzini e mezzo ( Kate Bishop è completamente sprovvista di poteri proprio come Occhio di Falco ) non hanno nulla a che vedere con i sidekiks (i ragazzini-spalla della Golden Age) frivoli ed ebeti quali Robin e Bucky. Hanno già atteggiamenti adulti e affrontano le difficoltà con una serietà a cui neanche la bellissima Generation X di Lobdel & Bachalo ci aveva abituati. Questi giovani sono lontani anni luce dai ragazzetti superficiali degli anni quaranta o sessanta, sono consapevoli dei loro limiti e dei loro poteri. Si preoccupano gli uni degli altri, giocano di squadra, sanno cos’è lo spirito di sacrificio e non hanno un mentore. Forse è per questo che molti di loro hanno una vera propria venerazione per Capitan America, Iron Man e Jessica Jones, proprio come si addice a persone che conoscono a fondo le loro capacità. Insomma sei nuovi interessantissimi personaggi si aggiungono al vastissimo mondo dei Vendicatori e all’ancor più vasto Universo Marvel, creando continuità.
Continuità che fa risaltare una tendenza propria degli ultimi tempi per cui gli autori Marvel continuano a sottolineare l’ineluttabilità dell’essere eroe per determinati individui. Il 1602 di Gaiman, i Fantastici Quattro di Waid, gli Spider-Man di Jenkins e di Straczynski e, ora, i Giovani Vendicatori di Heinberg suggeriscono che non solo in tutte le epoche ci deve essere un Uomo Ragno, un Capitan America, un Iron Man ma che devono essere necessariamente QUEL Peter Parker, QUELL’ Anthony Stark e QUELLO Steve Rogers come fossero elementi naturali e fondamentali dell’ordine, predestinati da una forza superiore. Questo non è per nulla male e dà un tono epico alla Storia Marvel.

Kang e Iron Ladd
da Young Avengers #4
Tavola 22
Disegno di Jim Cheung
© 2005 Marvel Comics / 2006 Panini Comics

All’edizione italiana bisogna però fare un appunto: bella la carta, ottima la stampa ma, purtroppo, la storyline è intorrotta. Probabilmente il finale lo vedremo a metà del prossimo volume. Visto che i cicli narrativi di praticamente tutte le collane Marvel è di sei albi, che poi vengono ristampati in hardcover o paperback contenenti cicli chiusi, non potevano Lupoi, Airoldi e compagnia optare per questa soluzione? Ci sciroppiamo integralmente Toxin nella collana Marvel 100% e storie veramente degne di essere lette tutte d’un fiato vengono spezzate a questo modo? “Pazienza” diceva il saggio Yoda.
Soprattutto visto che non abbiamo alternative.

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originale che si trova al link
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© CMCT e UBCfumetti

Il Wolverine di Millar non affetta come dovrebbe…

Semplici conoscenti!

Questa recensione è di Claudio Mauricio Crimi Trigona
ed è stata pubblicata sul sito UBCfumetti
il 7 marzo 2006

La seguente versione è riveduta e corretta dall’autore

Wolverine da 190 da novembre 2005 a 194 marzo 2006
Wolverine Vol. 3 #20/25 da dicembre 2004 a aprile 2005 – Marvel Comics
Panini Comics – 17 x 26 cm, spillato, colore, 3 € – mensile

Copertina di Wolverine 191
Disegno di John Romita Jr.
© 2006 Panini Comics

Leggende Marvel

La leggenda vuole che, quando nel 1991 Christopher Claremont, allora scrittore di Uncanny X-Men dal 1975, venne esautorato dal suo contratto con la Marvel dopo sedici anni totalmente dedicati all’universo degli X-Men, fu per contrasti con i vertici riguardo alcune storylines che voleva portare avanti. In effetti già da tempo le varie collane mutanti ( allora erano già una decina ) si stavano allontanando tra loro e ormai vigeva una sorta di anarchia narrativa, appianata solo in virtù di qualche crossover. Una delle storylines proposta dal grande X-Chris era proprio quella che ora Millar, spinto da Quesada, tira fuori: Wolverine, condizionato dalla Mano e dall’Hydra, viene incaricato di squartare e smembrare i super-eroi Marvel. Finisce davvero così? Purtroppo no e sembra che Logan se ne passeggi tranquillo per l’universo Marvel per farsi una scampagnata, beccando botte a destra e a manca, graffiando annoiato qua e la ricordando quei misteriosi individui che si aggiravano nei pressi del posto di blocco delle Sturmtruppen di Bonvi, a cui veniva fatta la domanda “Altolà! Chivalà? Amici o nemici?” e che dal buio rispondevano “Semplici conoscenti!

Tesoro? Sono a casa!

Logan viene chiamato in Giappone per ritrovare un ragazzino rapito ma si scontra con la Mano, nota setta Ninja del mondo Marvel e, in particolare, con Gorgon a cui soccombe. Questo sinistro personaggio è un Mutante Ninja velocissimo ed elegante (ha sempre abiti firmati e porta sempre una spada samurai, la giacca, la cravatta e un paio di occhialini da sole che fanno tanto Matrix) il cui potere è quello di uccidere con lo sguardo anche se, a quanto vediamo, preferisce la spada. È appartenente alla setta mutante giapponese Alba della luce bianca e assieme alla Mano e all’Hydra progettano di far resuscitare i supereroi morti per aizzarli contro i supereroi vivi. Infatti Wolvie, una volta ucciso (possibile?), viene resuscitato dalla Mano e comandato a perseguire gli oscuri scopi di questa maligna joint venture. Il suo primo incarico è scaricare files di sicurezza da una portarei, ci riesce ma si imbatte in Elektra, le prende e si da alla fuga.

Wolverine vol. 3 #20
Copertina originale di John Romita Jr.
© 2004 Marvel Comics

Poi si infila nel Baxter Building per far fuori i Fantastici Quattro e dopo qualche scaramuccia con la Cosa, la Torcia Umana e Mister Fantastic affronta la Donna Invisibile, le prende e si da alla fuga. Non contento se ne va Hell’s Kitchen, affronta Devil, le prende e (ma solo per questa volta) i suoi padroni lo fanno fuggire. Per nulla frustrato dalle botte prese e dalle figure fatte penetra allo Xavier Institute e le prende prima da Rachel Summers, da Kitty Pride e infine da Capitan America, sopraggiunto nel frattempo. In tutto questo caos Wolvie riesce a uccidere un X-Man per sbaglio, mentre l’Alba della Luce Bianca, l’Hydra e la Mano fanno il suo lavoro al posto suo con atti di terrorismo, di sabotaggio e rapiscono Elektra in modo completamente autonomo.

Wolverine e Susan Storm
Disegno di John Romita Jr.
© 2004 Marvel Comics

Ti stai sbagliando, chi ha scritto non è… Mark Millar.

Ci sono tante cose che sfuggono all’umana comprensione, certo, ma sicuramente tra queste c’è il tragicomico risultato dell’approccio tra uno degli scrittori più caustici del fumetto americano e uno dei migliori personaggi del comicdom di tutti i tempi. Alla Marvel ci si accorge che la nuova collana di Wolverine non vende come dovrebbe e le assegna nientedimeno che Millar, a cui viede affidata una storia non sua e con il quale non riesce a entrare in sintonia.
Ne nasce così una storia che non ha nulla di particolare e che è narrata di malavoglia, palesemente distante da capolavori come Ultimates. Certo l’incipit è veramente buono, ma se l’avesse sviluppato Claremont sarebbe stato meglio. Le atmosfere si rifanno a storie cult ( Devil: l’uomo senza paura, Elektra Lives Again ) senza alcuna interpretazione, risultando scontate. I personaggi introdotti sono un po’ troppo trendy e Gorgon o Elsbeth von Strucker sembrano presi da qualche film dei fratelli Wachowski. Certo non tutto è da buttare. Ci sono i colpi di genio tipici di Millar ( il breve scontro tra Logan e Sue Storm è assolutamente eccezionale ) ma si perdono in una miriade di particolari assolutamente ridicoli, come la trovata del teletrasporto di cui è dotato Logan che alla fine della storia si rompe per cui può effettuare solo dieci/quindici spostamenti da venti metri al massimo: giusto per dare la possibilità a tutti di picchiarlo.

Wolverine e e gli X-Men
Disegno di John Romita Jr.
© 2004 Marvel Comics

Faces without eyes

Al contrario dell’autore dei testi John Romita Jr. è veramente in forma. Lo scontro al cimitero giapponese, quello al Baxter Building e quello nell’appartamento di Matt Murdock sono visivamente ineccepibili, coadiuvati anche da una colorazione efficace, ma non eccessiva. Unica pecca sono i tratti e le espressioni dei singoli super-eroi, x-womens in testa, senza nulla che possa distingure gli uni dagli altri, se non i costumi e i poteri.

La più grande avventura di Wolverine

La più grande avventura di Wolverine“. Così viene descritta da Rickey Purdin nella presentazione all’intervista presente su Wolverine 190. Va bene fare pubblicità, ma a volte gli americani esagerano creando false aspettative nel lettore perché se questa storia non è la migliore è sicuramente una delle più sopravvalutate.
Finalmente Millar dimostra di avere dei limiti narrativi e sembra trovarsi più a suo agio con personaggi nuovi o al massimo senza un passato complesso come è invece quello dei personaggi Marvel. Di fronte a un background complesso come quello di Wolverine, Elektra e Capitan America crolla sotto il peso della continuity. Ci sono cose, dicevo, che sfuggono all’umana comprensione. Una di queste è sicuramente il motivo per cui questa storia non l’ha scritta il suo ideatore, il grande Chris Claremont.

Screenshot originale della pagina UBC contenente la recensione
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http://www.ubcfumetti.com/comics/?10754
© CMCT e UBCfumetti

Quando neanche la Menorah salva la situazione

“Parole, parole, parole!”

Questa recensione è di Claudio Mauricio Crimi Trigona
ed è stata pubblicata sul sito UBCfumetti
il 25 febbraio 2006

La seguente versione è riveduta e corretta dall’autore

Martin Mystère 283
Febbraio 2006
Sergio Bonelli Editore
16 x 21 cm, brossurato, B/N, 160 pagine – 4,40 € – bimestrale

Copertina di Martin Mystére 283
Disegno di Giancarlo Alessandrini
© 2006 Sergio Bonelli Editore

Dietro una splendida copertina di Alessandrini si nasconde il tedio di una storia dal potenziale enorme che si rivela un bluff. Nonostante il passaggio di periodicità e l’aumento delle pagine sembra che Alfredo Castelli non riesca più a ingranare e continua a scrivere le solite storie senza mordente in cui Martin Mystère si imbatte nel solito pericolo “mysterioso” e vive l’avventura “raccontandola e ascoltandola”, con pochi sprazzi di azione e tensione.

Passavo per caso

Il Buon Vecchio Zio Martin incappa fortuitamente nell’ennesimo oggetto “mysterioso”, nientemeno che la Menorah, il mitologico candelabro della tradizione ebraica, in grado di scatenare la catastrofe se sollecitato dal terribile “suono in grado di creare ma anche di distruggere“. Il solito gruppo di terroristi senza scrupoli intende attivarla con l’ausilio di potenti computers per portare a termine un piano criminoso devastante. Martin Mystère, dopo decine e decine di tavole in cui chiacchiera con gli altri protagonisti in un salotto o per strada o al telefono, interviene nelle ultimissime tavole e salva la situazione con uno stratagemma ridicolo quanto quello usato nel finale di “007 – Missione Goldfinger” dove una bomba nucleare viene disattivata pigiando l’interruttore “on/off” (proprio come una lavatrice, sigh!).

Location esotica,…
Disegno di Franco Devescovi
© 2006 Sergio Bonelli Editore

È ormai chiaro che Castelli sta vivendo un momento in cui sembra aver perso la sua proverbiale verve e sembra incapace di tessere quella meravigliosa maglia di azione, cultura, mistero e umorismo che contraddistingueva gli episodi migliori della serie. Purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, la storia si trascina in una sequenza praticamente ininterrotta di dialoghi e luoghi comuni. Gli ingredienti ci sono tutti (location esotica, ironia, orrore) ma risultano mal miscelati, applicati senza logica e a nulla servono gli stacchi stile soap opera che la condiscono.

“Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai!”

Il ritmo è completamente annullato da un esagerato numero di tavole esclusivamente dedicate ai dialoghi: ottantasei su centocinquantatre ( ben il 56,2% ) sono veramente troppe persino per Mystère ed è il grande errore dello sceneggiatore perchè non si può delegare al dialogo tra due o più protagonisti ciò che si può raccontare per immagine. È un trucco che già Castelli usava per i suoi finali, quando Martin scriveva a computer le considerazioni conclusive sull’avventura appena terminata, inserendo praticamente il vero finale ma raccontato. Adesso la situazione sembra essere sfuggita di mano.

…ironia,…
Disegno di Franco Devescovi
© 2006 Sergio Bonelli Editore

Altra nota dolente sono i dialoghi, ridondanti e ripetitivi: è inutile fare sempre affermazioni tipo “e – per rispondere immediatamente a una domanda che sicuramente intendete pormi” quando si può andare direttamente al punto. È una tecnica narrativa che ricorda gli inseguimenti in auto di certi film: interminabili e utili solo a far raggiungere alla storia un minimo di minuti utile per non esser considerati cortometraggi. Altro punto su cui vale la pena soffermarsi è la funzionalità di Martin alla storia: viene intervistato, dà un consiglio a un giovane sfortunato in amore e versa acqua minerale nel punto giusto, al momento giusto. Stop. Per il resto l’azione è svolta da un gruppo di uomini nella Valle del Siddim, a sud del Mar Morto, e da Don Francesco, uno dei protagonisti, con l’amico rabbino in Italia. Un ultimo appunto sulla storia: l’idea dei computers in grado di innescare processi mistici che a noi umani sono preclusi è veramente buona e, ovviamente, trascurata. Per il resto è un continuo riferimento al Mossad “carogna” (guarda caso nei cinema c’è il magnifico “Munich” di Spielberg e la domanda sporge spontanea: ma esistono i servizi segreti “buoni”?), al Vaticano coinvolto in segreti innominabili (addirittura la strizzatina d’occhio al “Codice Da Vinci” di Brown è sottolineata da una battuta di Martin stesso) e agli oggetti occulti in grado di scatenare orrendi poteri distruttivi (son passati ventisei anni da “I predatori dell’arca perduta“). Unico punto a favore è un battibecco tra Martin e un negoziante fiorentino che avrebbe dovuto essere un contorno e invece si rivela la parte più piacevole dell’albo.

… e orrore
Disegno di Franco Devescovi
© 2006 Sergio Bonelli Editore

Effetto Roger Rabbit

I disegni di Devescovi sono come al solito piacevoli: tratto pulito, locations e personaggi veramente ben delineati. Purtroppo Mystère è disegnato stile Alessandrini rendendolo simile a una sagoma di cartone posticcia, stonando non poco con il contesto realista delle varie vignette: un vero effetto ‘Roger Rabbit’: questo avviene quando il disegnatore non entra in sintonia con il personaggio e non è in grado di darne una versione personalizzata.

Conclusione

Il problema delle serie storiche Bonelli è che ognuna ci ha regalato autentici momenti d’oro e il lettore minimamente esigente difficilmente è propenso ad abbassare la soglia delle aspettative. Inoltre Castelli è stato uno dei pochi autori italiani capaci di rendere la quantità direttamente proporzionale alla qualità. Nonostante questa sua peculiarità il trend discendente della serie continua. L’autore ci ha dato dimostrazione di come non si deve sceneggiare una storia. Ormai la solita cultura e i soliti riferimenti a fatti misteriosi non sono più sufficienti a donarci il piacere di una buona lettura. Nemmeno un elemento imponente come la Menorah, le cui implicazioni possono essere infinite, riesce a sollevare le sorti del racconto. È quindi necessario che Castelli e il suo entourage di collaboratori si ritrovino a tavolino e facciano un po’ di brainstorming al fine di salvare la situazione: Castelli ha dimostrato tantissime volte di essere un grande inventore e sceneggiatore e il BVZM ha ancora un potenziale eccezionale. Ultima considerazione: viene da pensare che il recente aumento di pagine della serie abbia nuociuto alla narrazione piuttosto che ampliarne le possibilità.

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© CMCT e UBCfumetti

Si conclude lo scontro tra Thor e gli Ultimates

Non c’è pace tra i ghiacciai

Questa recensione è di Claudio Mauricio Crimi Trigona
ed è stata pubblicata sul sito UBCfumetti
il 24 febbraio 2006

La seguente versione è riveduta e corretta dall’autore

Ultimates 19 – Febbraio 2006
Ultimates Vol. 2 #5 di Millar & Hitch – Giugno 2005
Panini Comics – 17 x 26 cm, spillato, colore, 2,5 € – bimestrale

Copertina del n. 19 di Ultimates
Disegno di Brian Hitch
(c) 2006 Panini Comics

La Passione di Millar

Mark Millar percuote ancora l’universo Ultimate e lo fa duramente. È una stilettata allo stomaco questo scontro tra Thor e gli Ultimates guidati da un Capitan America duro come il diamante, inflessibile e disposto a tutto pur di rispettare gli ordini datigli dallo SHIELD. Millar utilizza il solito stile della new wave di autori inglesi per narrarci una storia che si svolge con ritmo frenetico e che non fa prendere fiato al lettore celando in più livelli di lettura più di quanto non appaia in superficie.
Molto di più.

PRIMO LIVELLO: la storia (Millar scrittore)

Dopo il plauso da parte dell’opinione pubblica per aver sconfitto Hulk e gli alieni Chitauri, l’ombra del caos scende sugli Ultimates. La fuga di notizie sulla vera identità di gigante verde e la conseguente sentenza di morte per Banner, salvatosi in extremis grazie al sotterfugio del Dottor Pym, sono il prologo della nuova crisi: Thor si allontana definitivamente dal modus operandi dei suoi compagni di squadra, intervenendo addirittura in favore di un gruppo di manifestanti a Roma e attaccando le forze dell’ordine che si accingevano a caricarli (Ultimates Vol. 2 n. 4 – Marvel Comics, su Ultimates 18 – Panini Comics). Tutto ciò contribuisce a creare gruppi di suoi proseliti in tutto il mondo. Questi fatti e alcune rivelazioni sulla presunta reale identità del dio del tuono date dal gruppo che gestisce i superumani europei fanno precipitare gli eventi.
Lo scontro frontale tra superumani euro-americani e Thor è inevitabile quanto scioccante per violenza e colpi bassi.

Fuoco e ghiaccio!
Disegno di Brian Hitch
Ultimates Vol. 2 #5 Tavola 2
© 2005 Marvel Comics / 2006 Panini Comics

Ma non c’è solo questo: qualcosa di sinistro serpeggia su tutta la serie. Può essere che Loki, il fratellastro malvagio di Thor e dio dell’inganno, abbia manipolato la realtà al punto da far cadere in disgrazia il dio del tuono e, quindi, gli Ultimates?
Mark Millar gioca fino in fondo instillando il dubbio nel lettore. L’aria malsana che si respira fin dai primi episodi di Ultimates prende definitivamente corpo, come se lo SHIELD, il cui inquietante complesso architettonico chiamato Triskelion è l’emblema, inquinasse l’essenza del gruppo. La differenza tra gli Ultimates e gli Avengers dell’Universo Marvel classico sta proprio qui: mentre il gruppo ispiratore si è sempre battuto per il bene comune, gli Ultimates, comandati dal ferreo Steve Rogers che obbedisce ciecamente a Nick Fury, trascina i suoi compagni in un delirio di violenza. Differenza che trova conferma nella diversa definizione:
Millar li chiama “superumani“, non “supereroi“.

SECONDO LIVELLO: PADRE! (Millar mistico)

Thor è veramente il potente Dio del Tuono della mitologia norrena o è uno psicopatico con armi molto sofisticate e potenti? Per il lettore non importante: anche se non è figlio del nobile Odino ha comunque un atteggiamento compassionevole, clemente con i più deboli. Per tutta la vicenda inoltre cerca il dialogo e la soluzione pacifica con gli ex-compagni di squadra. Persino quando la battaglia è all’apice mostra benevolenza verso chi cerca in tutti i modi di renderlo inoffensivo.

Senza alcun pudore
Disegni di Brian Hitch
Ultimates Vol. 2 #5 Tavola 9
© 2005 Marvel Comics / 2006 Panini Comics

Le parole sono strazianti e il tradimento si palesa nel violentissimo scontro: i colpi bassi degli Ultimates si sprecano e il dio nordico viene attaccato senza tregua, sia dentro (Wasp cerca di procurargli un blocco cerebrale entrandogli in bocca) che fuori. È un massacro. È a questo livello che sorge la consapevolezza precisa che gli Ultimates non si muovono nel modo canonico ed emerge il nuovo livello di lettura. Il primo piano di Thor che invoca “PADRE!” tra lacrime, pioggia e fulmini, e il titolo dell’albo sono due riferimenti fin troppo chiari a un più noto messia, vittima volontaria del tradimento di chi ama affinché il suo fato si compia.

PADRE!
Disegni di Brian Hitch
Ultimates Vol. 2 #5 Tavola 16
© 2005 Marvel Comics / 2006 Panini Comics

TERZO LIVELLO: il potere è violenza (Millar politico)

Siamo al nocciolo della questione. Il senso dell’opera di Millar è tutto racchiuso qui, in questi due episodi degli Ultimates ( Ultimates Vol. 2 n. 4 e 5 ).
Nel fumetto supereroistico classico il protagonista usa il potere per il bene comune e il malvagio lo sfrutta per interessi personali. Aggiungendo gli interessi geopolitici ed economici e i poteri occulti, Millar stravolge la struttura classica della narrazione supereroistica e proietta i suoi personaggi in un mondo più realistico, meno utopistico e perciò molto più sgradevole. Se questo “messia” viene attaccato è anzitutto per una questione di potere, dove per potere non si intende quello manifestato dai superumani ma quello che si esercita sulla gente, su ogni singolo individuo, con la forza della persuasione. Thor percepisce chiaramente quello che succede e proprio per questa sua percezione “alterata” interviene a favore dei manifestanti diventando un “problema” per lo status quo e rendendo inevitabile lo scontro con chi del potere è un lacché.

Con passione

È un racconto denso di simbolismi sia nei dialoghi che nelle scelte iconografiche. Il disegno curato, il ritmo serrato, le allusioni nei dialoghi, la violenza esplicita e implicita de “La passione” fanno di questo episodio una delle vette massime di tutta la produzione Marvel, collocando la serie parecchie spanne sopra i vari Ultimate ( Spider-Man, X-Men, Fantastic Four ) e tutta la produzione fumettistica statunitense. Non c’è dubbio: Millar e Hitch amano il loro lavoro.
Di questo non li ringrazierò mai abbastanza.

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La miniserie che dovrebbe iniziare i lettori di Spidey a “New Avengers”

Il fratello brutto di “New Avengers: Breakout!”

Questa recensione fa parte di Avengers Project
Avengers Project è stato ideato e proposto dall’autore a uBCfumetti alla fine del 2005 e doveva comporsi di schede enciclopediche dedicate al gruppo di eroi Marvel

Questa recensione è di Claudio Mauricio Crimi Trigona
ed è stata pubblicata sul sito UBCfumetti
il 22 febbraio 2006

La seguente versione è riveduta e corretta dall’autore

Copertina del n. 426 ( Nuova Serie 154 ) dell’Uomo Ragno
Disegno di Mike Deodato Jr.
(c) 2005 Panini Comics

Uomo Ragno da 426 a 428Novembre/Dicembre 2005
contenenti la miniserie Spider-Man: Breakout! cinque numeri da giugno a ottobre 2005 di Bedard & Garcia/Fernandez
Panini Comics – 17 x 26 cm, spillato, colore, 2,5 € – quindicinale

Perché?

Ci si chiede perché la Marvel Comics debba a volte perdere colpi con prodotti scarsi come “Spider-Man: Breakout!“, miniserie di cinque numeri nata con l’evidente intento di introdurre i lettori di Spidey al mondo dei Nuovi Vendicatori. Era necessario scrivere questa storia? “Breakout!” in New Avengers non era già sufficiente?
Perché un bell’avvenimento editoriale deve essere penalizzato da un prodotto tanto insignificante? Questo avviene quando si decide di sfruttare un personaggio famoso per mere questioni di lucro! E chi si scomoda per un’operazione di questo tipo? Bendis? Jenkins? Stracinski? Ovviamente no!

Piccola ricetta

Ingredienti:
un personaggio famoso;
almeno quattro supercriminali spietati, meglio se si abbonda;
due o tre situazioni disperate;
cinque o più ostaggi freschi;
una dozzina di battute insipide;
una scontatissima quanto improbabile ( ma dovuta ) vittoria finale del protagonista;
un commento con retorica e morale finale;
qualche altro super-eroe di un evento editoriale importante.
Preparazione:
Prendi il personaggio famoso, fallo scontrare con i supercriminali mentre gli fai dire la dozzina di battute insipide. Fallo soccombre almeno due o tre volte utilizzando le situazioni disperate mischiate agli ostaggi. Prendi l’improvvisa quanto improbabile ( ma dovuta ) vittoria finale e shakeri con il commento con retorica e/o morale qualche altro super-eroe di un evento editoriale importante. Portalo all’editore che lo pubblicherà con gran chiasso di fanfara.
Durata del tempo perso a leggere l’intera storia:
quindici minuti a prescindere dalla lunghezza della vicenda.

Situazione disperata
Disegno di Manuel Garcia e Paul Fernandez
da Spider-Man: Beakout #1
Tavole 7 e 8
© 2005 Marvel Comics / Panini Comics

Questa è la ricetta che di solito un autore di fumetti di super-eroi utilizza quando non ha niente da raccontare ma lo deve fare per soddisfare gli avidi interessi degli editori. Tony Bedard, già scrittore di Route 666 e Kiss Kiss Bang Bang della Crossgen e già titolare di Exile e Rogue per la Casa delle Idee, la utilizza senza pietà ( e Lupoi, ugualmente impietoso, la propone su L’Uomo Ragno ) per raccontare una storia piatta, inutile e con personaggi privi del loro consueto spessore psicologico.

Quindici morti? Ops!

Personaggi, dicevo, presentati con una banalità disarmante. L’Uomo Ragno, Capitan America e Iron Man sono solo sagome di cartone a cui è imposto di recitare un ruolo che non compete loro, sparando frasi zeppe di luoghi comuni. I malvagi sono stereotipati, scontati, al limite del grottesco. Un esempio: Crossfire guida un autobus scolastico per sequestrare alcuni bambini indossando uno sgargiantissimo costume rosso e bianco che nessuno nota. Geniale!

Tutti a bordo!
disegno di Manuel Garcia e Paul Fernandez
da Spider-Man: Breakout! #4
Tavola 13 Vignetta 5
© 2005 Marvel Comics / Panini Comics

La stessa Roz Backus, l’ex guardia carceraria che è origine di tanto caos, sembra ebete. Addirittura quando scopre che quindici persone hanno perso la vita a causa del suo silenzio ammette che forse avrebbe potuto confessare prima.
Che sbadata!

Quindici, per quanto ne sappiamo
disegno di Manuel Garcia e Paul Fernandez
da Spider-Man: Breakout! #5
Tavola 22 Vignetta 6
© 2005 Marvel Comics / Panini Comics

Il rovescio della medaglia

Meno male che i disegni di Garcia sono buoni, le anatomie azzeccate e le caratterizzazioni grafiche dei personaggi fedeli e costruite in modo da non confonderli gli uni con gli altri. Il disegnatore infonde il dinamismo necessario nelle sequenze d’azione salvando la miniserie almeno sotto questo aspetto.

Soldi sprecati

Come detto prima “Spider-Man: Breakout!” è una storia inutile. Non porta nulla di nuovo, non sviscera nessun aspetto delle personalità dei protagonisti, è sceneggiata in modo anonimo ed è scontata al punto da risultare noiosa. La Panini Comics ha presentato la miniserie nell’arco di tre numeri de “L’Uomo Ragno” per un costo complessivo di €7,5 ( negli Stati Uniti il volume che raccoglie la miniserie costa quasi quindici dollari ), soldi che, se non fosse per lo splendido episodio di Jenkins sul numero 428 e per le storie brevi tratte da “Spider-Man Unlimited n. 6” nel numero 426 sarebbero stati letteralmente buttati via.

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© CMCT e UBCfumetti

La prima miniserie dedicata a Toxin

Le colpe dei nonni

Collezione 100% Marvel: Uomo Ragno/Toxin: Il diavolo dentro
Gennaio 2006
Toxin: The Devil you know 1-6 di Milligan & Robertson – giugno-novembre 2005
Panini Comics – 17 x 26 cm, brossurato, colore, 10 €

Disegno di Simon Bisley
© Marvel Comics 2005 / Panini Comics 2006

Questa recensione è di Claudio Mauricio Crimi Trigona
ed è stata pubblicata sul sito UBCfumetti
il 19 febbraio 2006

La seguente versione è riveduta e corretta dall’autore

VIP – Veleno Inquinamento Putrefazione

L’albero genealogico del costume senziente che Spider-Man ha trovato sul pianeta dell’Arcano ( Marvel Super-heroes Secret Wars n. 8 del dicembre 1984 – su Speciale Guerre Segrete 2 della Star Comics o su Marvel Top 13: Guerre Segrete Volume 2 della Panini Comics ) si allarga. Dopo Venom e Carnage perchè non aggiungere Toxin? E visto che di simbionti cattivi ne abbiamo già due perchè non rendere Toxin un simbionte buono? I presupposti erano stati gettati nella miniserie Venom vs. Carnage ( 4 numeri dal settembre al dicembre 2004 della Marvel Comics e proposti in Italia sui numeri 415 e 416 de L’uomo Ragno della Panini Comics ). In quell’occasione Venom e Carnage si alleano nel tentativo di uccidere la loro progenie, temendo diventi buono e si allei con l’Uomo Ragno.
C’è di che farsi venire il latte alle ginocchia.
Fortunatamente per sviluppare l’idea base di cui sopra la Marvel decide di investire su uno scrittore che si è fatto notare a suo tempo quando, per la DC Comics, gestì i capolavori Animal Man, Doom Patrol e, soprattutto, inaugurò la linea Vertigo con la splendida serie Shade. Sto parlando ovviamente di Peter Milligan.

Effetti Collatarali della “British Invasion”

Peter Milligan appartiene a quella che è comunemente chiamata British Invasion, un nutrito gruppo di autori che seguirono Alan Moore, quando questi approdò alla DC Comics e scrisse Swamp Thing e Watchmen, capisaldi del mondo del fumetto mondiale.
Questi capolavori spalancarono le porte del mercato statunitense a tutti quegli autori che si erano fatti le ossa su 2000 A.D., nota rivista antologica inglese: Neal Gaiman, Brian Bolland, Grant Morrison, Dave McKean, Jamie Delano, David Lloyd e Warren Ellis. Oggi la Marvel sembra aver compreso quella lezione e affida le proprie collane alle cure amabili di molti di detti autori.

Noi sappiamo
disegno di Darick Robertson
da Toxin 1
Tavola 11 vignetta 5
© Marvel Comics 2005 / Panini Comics 2006

Dobbiamo quindi ringraziare Peter Milligan se la miniserie Toxin: The Devil You Know, tradotta da noi in Uomo Ragno/Toxin: il diavolo dentro, non sarà ricordata solo come la solita storia creata nel tentativo di tirar su un po’ di soldi dalla miniera d’oro che è l’Uomo Ragno.

Un bambino impertinente

Quel che fa l’autore è abbastanza semplice. Prende il simbionte neonato e fa scontrare la sua maligna eredità genetica con il buonismo del poliziotto ospite Pat Mulligan.

Farò un patto
disegno di Darick Robertson
da Toxin 2
Tavola 22 vignetta 5
© Marvel Comics 2005 / Panini Comics 2006

Ne nascono una serie di divertenti considerazioni su ciò che è veramente male e ciò che è veramente bene, mettendo alla merlina l’ipocrisia propria della ‘mitologia’ statunitense. In un dialogo tra il simbionte e il poliziotto sul significato di rubare viene fuori questo scambio di battute:

  • Toxin: “E rubare è sempre male?
  • Mulligan: “Certo.”
  • Toxin: “Io ho occhi e orecchi ben aperti. E ho saputo che avete rubato l’America a chi ci viveva prima di voi. Quindi tutti voi americani dovreste essere cattivi.”
  • Mulligan: “Non è così semplice.”
  • Toxin: “Quindi a volte rubare non è sbagliato.”
  • Mulligan: “No. Ma… quel che successe con gli indiani d’America fu tanto tempo fa.”
  • Toxin: “Quindi, se non ti fai beccare subito non è più una cosa cattiva?”
  • Mulligan: “Facciamo una pausa, okay?”

Ne emerge quel diverso punto di vista che ha contraddistinto la cosiddetta Ondata Inglese e che è utile per rendere Toxin un personaggio sfaccettato, pieno di conflitti interiori, diverso dai genitori Venom e Carnage e che, proprio grazie a queste contraddizioni, intraprende la strada verso un’identità più umana ed eroica.

Non si tratta di quello che sto cercando
disegno di Darick Robertson
da Toxin 2
Tavola 3 vignetta 5
© Marvel Comics 2005 / Panini Comics 2006

Alla fine del percorso Toxin saprà esattamente cos’è male e cos’è bene e il poliziotto comprenderà che niente è ciò che sembra, che non esiste il bianco o il nero, ma una infinità gamma di grigi in cui gli individui spaziano. Se il personaggio si salva è proprio per questa diversa connotazione psicologica rispetto ai simbionti malvagi.

Disegno tossico

Massimiliano Brighel, nelle note del numero 416 dell’Uomo Ragno, definisce grande il disegnatore Darick Robertson. A prima vista i disegni sono tirati via, a volte sembrano ispirarsi all’underground, altre sono al limite dell’infantilismo, ma la sgradevole sensazione è dovuta solo alle tavole nel loro insieme, nella loro struttura libera che contribuisce a generare confusione. Presi singolarmente i disegni sono buoni: sono penalizzati solo dalla totale assenza di griglia.

Toxic?

Sempre nelle note di L’Uomo Ragno 416, Brighel chiama la miniserie Toxic. Si tratta sicuramente di una svista, ma dà la possibilità di scherzare sulla qualità di questo prodotto che genera il dubbio inconscio che sia opera di un’allucinazione. La miniserie si salva solo per l’impostazione data da Milligan e per le bellissime copertine di Bisley, Fegredo, Crain e Ribic.

Cover di Toxin #1
disegno di Esad Ribić
© Marvel Comics 2005

Per il resto ci si chiede per quanto ancora questa sorta di schizofrenia che pervade la Marvel al punto da produrre a fianco di capolavori come Ultimates di Millar brutture come Spider-Man: Breakout! e Venom vs. Carnage possa essere ritenuta costruttiva, anche solo economicamente. Sicuramente Toxin non meritava un volume della collana 100% Marvel, ma la sua sede naturale era in appendice al quindicinale dedicato al tessiragnatele. Curioso inoltre il titolo Uomo Ragno/Toxin dove Spider-Man compare in una manciata di vignette : anche negli States sono caduti in tentazione analoga inserendo lo “strillo” The New Avengers Tie-in su alcune copertine e non facendo comparire e nemmeno menzionare alcun eroe del nuovo gruppo.

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© CMCT e UBCfumetti

Fine della corsa su Fantastic Four per Waid e Wieringo

Solo una follia passeggera

Disegno di Mike Wieringo

Questa recensione è di Claudio Mauricio Crimi Trigona
ed è stata pubblicata sul sito UBCfumetti
il 9 febbraio 2006

La seguente versione è riveduta e corretta dall’autore

Fantastici Quattro 256
31 Dicembre 2005
contenente Fantastic Four 524 di Waid & Wieringo – Maggio 2005
Panini Comics – 17 x 26 cm, spillato, colore, 3 € – mensile

Divertissement

Anche per Mark Waid, come per Jenkins su Spider-Man, è il momento dei saluti. Dopo tre anni di storie non esaltanti ecco un episodio finalmente piacevole, fresco e gradevole, senza pretese particolari e dal finale che affronta, dopo tanto tempo, il tema del senso di colpa di Reed Richards nei confronti di Ben Grimm, La Cosa.

Non c’è limite all’avventura

A seguito della saga “Rising Storm” ( Fantastic Four 520-523 – Marvel Comics, su Fantastici Quattro 252-255 – Panini Comics ) i poteri dei quattro protagonisti migrano da un individuo all’altro ( ma anche gli animali sono coinvolti in questa follia ) scatenando il panico per Manhattan. Solo il contatto con l’individuo “posseduto” dai raggi cosmici, tramite un guanto particolare costruito da Reed, può restituire i poteri ai legittimi proprietari. Dopo alcune situazioni deliranti Reed, Sue e John riprendono il loro ruolo consueto.

Abbiamo capito!
Fantastic Four 524
Tavola 11 Vignetta 1
(c) 2005 Marvel Comics / Panini Comics

L’unico che non riesce a riappropriarsi dei propri raggi cosmici è Ben il quale, ben presto, comprende come tutto ciò non sia casuale nonostante Reed stia tentando di sacrificarsi per riuscire finalmente a guarire il suo migliore amico.

Perso di nuovo
Fantastic Four 524
Tavola 6 Vignetta 5
(c) 2005 Marvel Comics / Panini Comics

Fuori sintonia

Waid, nonostante non sia mai riuscito a regalarci avvenimenti epocali, dissemina le proprie storie di trovate veramente azzeccate che si inseriscono perfettamente nelle dinamiche del gruppo. Un gap questo che lo rende fuori sintonia quel tanto che basta da porre la serie a un livello leggermente inferiore alle aspettative. Siamo in ogni caso lontanissimi dalle atroci gestioni degli anni ottanta stile Steve Englehart.
In ogni caso il gap di cui sopra non tocca la storia in questione che scorre bene, ha un’atmosfera giocosa come promette il titolo e diverte grazie all’originalità dell’idea centrale: i raggi cosmici scorrazzano per la città colpendo indiscriminatamente a destra e a manca, trasformando i malcapitati passanti in torce umane, esseri allungabili, invisibili o di roccia. I dialoghi, esclusa qualche battuta felice, purtroppo non sono sempre all’altezza (in alcuni casi addirittura ridondanti) e i personaggi ne risentono.

Non cerchi di volare
Fantastic Four 524
Tavola 5 Vignetta 2
(c) 2005 Marvel Comics / Panini Comics

La splendida ligne claire di Mike Wieringo

Wieringo invece è in splendida forma e ci dona un gioiellino di composione e un tratto pulito degno della miglior scuola di linea chiara. I volti dei personaggi, al limite della caricatura nelle sequenze d’azione, sono ben definiti. Inoltre è l’unico disegnatore, oltre Arthur Adams, a rendere la Cosa senza spigoli, fluida e monumentale allo stesso tempo.

Le prime quattro vignette della tavola 20
Fantastic Four 524
(c) 2005 Marvel Comics / Panini Comics

Follia passeggera

L’amicizia è il fulcro di questa avventura. Finalmente Reed potrebbe mettere una toppa al disastro che ha cambiato la vita al suo migliore amico eppure alla fine non solo non riesce nell’intento ma si convince che le cose non devono cambiare: è chiaro che nulla mai potrà modificare lo status di questa fantastica famiglia. L’ultima vignetta vede la nave dei Fantastici Quattro in volo nel Microverso. Non male come addio. L’ultima tavola è anche un saluto personale dei due autori alla serie ed è bello constatare quanto faccia bene agli autori Marvel assecondare il loro istinto e concedersi un po’ di “follia passeggera” ( come dice Ben a una delle sfortunate vittime dei raggi cosmici ).

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© CMCT e UBCfumetti

Dylan Dog contro un inquilino rivelatore

Il mondo non ha ancora finito di finire

Dylan Dog 233, “L’ospite sgradito“, di Michele Medda e Angelo Stano
27 Gennaio 2006 – Sergio Bonelli Editore – brossurato, bianco e nero, 2,5 € – mensile

Disegno di Angelo Stano
© Sergio Bonelli Editore

Questa recensione è di Claudio Mauricio Crimi Trigona
ed è stata pubblicata sul sito UBCfumetti
il 4 febbraio 2006

La seguente versione è riveduta e corretta dall’autore

L’ospite gradito

Questo mese Dylan Dog si rivela un’autentica sorpresa. Non perché l’episodio lo scrive Michele Medda e nemmeno perché il mostro c’è ma fa parte del vissuto di tutti i giorni. Il mostro è infatti quell’orrido quotidiano, quella routine tanto cara a Tiziano Sclavi. Il racconto è una sorpresa perché l’autore ha avuto la capacità di raccontarci una storia senza Horror, dosando cliché, luoghi comuni e retoriche ma facendo in modo che il protagonista trovi se stesso nell’angolo più inaspettato del suo appartamento.

Rivelazione

Dylan ha un ospite inatteso. Probabilmente lo ha sempre avuto ma solo ora si rende conto della sua presenza. Un piccolo e ostinato coinquilino che, togliendogli il sonno con il suo insistente lavorio, lo proietta in una vita che è sempre la stessa ma deformata, più crudele del solito e che lo costringe a rivelarsi agli altri, a manifestare il suo odio verso tutti gli status symbol quali i computers e i telefoni cellulari ma anche il cinismo, la presunzione di essere diversi, superiori. Grazie a questo intruso Dylan è costretto a esporsi e questo lo rende furioso fino al punto da cercare lo scontro finale, che avviene inesorabile. Ed è nel momento clou del racconto che scatta la molla, che si apre quel canale preferenziale che annulla le diversità tra i due antagonisti, rendendoli fratelli di sventura. In quel momento tutto torna al proprio posto. Il punto di vista originario è ripristinato ma con un arricchimento: la consapevolezza sempre più profonda che ogni più piccolo essere vivente segue un percorso obbligato, un ruolo preciso in cui è imprigionato. Facendo tesoro di questa visione d’insieme il protagonista si solleva dalla coltre tetra in cui è avvolto. Si solleva al punto da scoprire che nulla è cambiato, che nulla è perduto.

Presa di coscenza
Dylan Dog 233
Tavola 1 Vignetta 4
Disegno di Angelo Stano
© Sergio Bonelli Editore

Sclavi Docet

Senza un buon stile narrativo tutte le storie, anche le meglio disegnate, sono terribili, piatte. In Dylan Dog sono sempre più rari i momenti in cui la storia prevale sul personaggio. Fortunatamente ogni tanto qualcuno decide di lasciarsi andare, di assecondare il proprio istinto e riesce a perforare la cortina di banalità che sempre più si estende sulle serie Bonelli. È il caso di questvalidao episodio, dotato di una sceneggiatura perfettamente coerente alla trama e, anche se ci sono le solite battute, i soliti giochi di parole, la solita retorica sulla morte e sulla vita, la storia si legge d’un soffio. Non è uno dei capolavori della serie ma è sicuramente una validissima alternativa a tutta una serie di storie, soprattutto recenti, che convincono poco. Medda si rivela così soggettista e sceneggiatore più a suo agio in una storia al limite del metafisico.

Il buon dottore è morto
Dylan Dog 233
Tavola 31 Vignetta 5
Disegno di Angelo Stano
© Sergio Bonelli Editore

Angelo (un po’) caduto

Nonostante nelle note di apertura si suoni la fanfara su quanto sia diventato bravo e disposto a sperimentare nuove tecniche stilistiche, la performance di Angelo Stano non convince del tutto. Alterna meravigliosi disegni ad altri tirati via, rendendo così disomogeneo il racconto. Fortunatamente le cadute di tono sono poche e si limitano a poche vignette. Altra nota dolente è la perdita quasi totale dell’influenza espressionista ( intesa come corrente pittorica. Egon Schiele su tutto ) che ha caratterizzato il disegnatore all’inizio della sua carriera bonelliana e che sapeva rendere ulteriormente inquietanti le storie. Comunque è sempre una delle punte di diamante non solo della serie ma di tutta la produzione Bonelli.

Caduta di stile
Dylan Dog 233
Tavola 27 Vignetta 3
Disegno di Angelo Stano
© Sergio Bonelli Editore

Faccia a faccia

Un racconto fresco, a tratti sopra le righe, nonostante Groucho scompaia quasi subito dalla scena. Dylan è costretto a un faccia a faccia solo apparentemente facile da vincere. Alla fine la presenza dell’intruso è il pretesto per osservare con un’ottica leggermente spostata il mondo che ci circonda, gli avvenimenti che sembrano accalcarsi nella nostra sfera emotiva impedendoci di guardarli in modo distaccato e di dar loro il giusto significato e la giusta importanza. Grazie all’intruso, il gioco dei ruoli riprende perfettamente le proprie posizioni e, nonostante tutto, ogni cosa ritorna al proprio posto. Basta comprendere che nulla è mai cambiato.
Veramente una piacevole sorpresa. La maggior parte degli autori bonelliani dovrebbero prendere appunti proprio perché il personaggio Dylan Dog si presta a essere terreno fertile per sperimentazioni di questo tipo.

Screenshot originale della pagina UBC contenente l’articolo
L’articolo originale si trova al link
http://www.ubcfumetti.com/dylandog/?9942
© CMCT e UBCfumetti

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