Il mondo non ha ancora finito di finire
Dylan Dog 233, “L’ospite sgradito“, di Michele Medda e Angelo Stano
27 Gennaio 2006 – Sergio Bonelli Editore – brossurato, bianco e nero, 2,5 € – mensile

© Sergio Bonelli Editore
Questa recensione è di Claudio Mauricio Crimi Trigona
ed è stata pubblicata sul sito UBCfumetti
il 4 febbraio 2006
La seguente versione è riveduta e corretta dall’autore
L’ospite gradito
Questo mese Dylan Dog si rivela un’autentica sorpresa. Non perché l’episodio lo scrive Michele Medda e nemmeno perché il mostro c’è ma fa parte del vissuto di tutti i giorni. Il mostro è infatti quell’orrido quotidiano, quella routine tanto cara a Tiziano Sclavi. Il racconto è una sorpresa perché l’autore ha avuto la capacità di raccontarci una storia senza Horror, dosando cliché, luoghi comuni e retoriche ma facendo in modo che il protagonista trovi se stesso nell’angolo più inaspettato del suo appartamento.
Rivelazione
Dylan ha un ospite inatteso. Probabilmente lo ha sempre avuto ma solo ora si rende conto della sua presenza. Un piccolo e ostinato coinquilino che, togliendogli il sonno con il suo insistente lavorio, lo proietta in una vita che è sempre la stessa ma deformata, più crudele del solito e che lo costringe a rivelarsi agli altri, a manifestare il suo odio verso tutti gli status symbol quali i computers e i telefoni cellulari ma anche il cinismo, la presunzione di essere diversi, superiori. Grazie a questo intruso Dylan è costretto a esporsi e questo lo rende furioso fino al punto da cercare lo scontro finale, che avviene inesorabile. Ed è nel momento clou del racconto che scatta la molla, che si apre quel canale preferenziale che annulla le diversità tra i due antagonisti, rendendoli fratelli di sventura. In quel momento tutto torna al proprio posto. Il punto di vista originario è ripristinato ma con un arricchimento: la consapevolezza sempre più profonda che ogni più piccolo essere vivente segue un percorso obbligato, un ruolo preciso in cui è imprigionato. Facendo tesoro di questa visione d’insieme il protagonista si solleva dalla coltre tetra in cui è avvolto. Si solleva al punto da scoprire che nulla è cambiato, che nulla è perduto.

Dylan Dog 233
Tavola 1 Vignetta 4
Disegno di Angelo Stano
© Sergio Bonelli Editore
Sclavi Docet
Senza un buon stile narrativo tutte le storie, anche le meglio disegnate, sono terribili, piatte. In Dylan Dog sono sempre più rari i momenti in cui la storia prevale sul personaggio. Fortunatamente ogni tanto qualcuno decide di lasciarsi andare, di assecondare il proprio istinto e riesce a perforare la cortina di banalità che sempre più si estende sulle serie Bonelli. È il caso di questvalidao episodio, dotato di una sceneggiatura perfettamente coerente alla trama e, anche se ci sono le solite battute, i soliti giochi di parole, la solita retorica sulla morte e sulla vita, la storia si legge d’un soffio. Non è uno dei capolavori della serie ma è sicuramente una validissima alternativa a tutta una serie di storie, soprattutto recenti, che convincono poco. Medda si rivela così soggettista e sceneggiatore più a suo agio in una storia al limite del metafisico.

Dylan Dog 233
Tavola 31 Vignetta 5
Disegno di Angelo Stano
© Sergio Bonelli Editore
Angelo (un po’) caduto
Nonostante nelle note di apertura si suoni la fanfara su quanto sia diventato bravo e disposto a sperimentare nuove tecniche stilistiche, la performance di Angelo Stano non convince del tutto. Alterna meravigliosi disegni ad altri tirati via, rendendo così disomogeneo il racconto. Fortunatamente le cadute di tono sono poche e si limitano a poche vignette. Altra nota dolente è la perdita quasi totale dell’influenza espressionista ( intesa come corrente pittorica. Egon Schiele su tutto ) che ha caratterizzato il disegnatore all’inizio della sua carriera bonelliana e che sapeva rendere ulteriormente inquietanti le storie. Comunque è sempre una delle punte di diamante non solo della serie ma di tutta la produzione Bonelli.

Dylan Dog 233
Tavola 27 Vignetta 3
Disegno di Angelo Stano
© Sergio Bonelli Editore
Faccia a faccia
Un racconto fresco, a tratti sopra le righe, nonostante Groucho scompaia quasi subito dalla scena. Dylan è costretto a un faccia a faccia solo apparentemente facile da vincere. Alla fine la presenza dell’intruso è il pretesto per osservare con un’ottica leggermente spostata il mondo che ci circonda, gli avvenimenti che sembrano accalcarsi nella nostra sfera emotiva impedendoci di guardarli in modo distaccato e di dar loro il giusto significato e la giusta importanza. Grazie all’intruso, il gioco dei ruoli riprende perfettamente le proprie posizioni e, nonostante tutto, ogni cosa ritorna al proprio posto. Basta comprendere che nulla è mai cambiato.
Veramente una piacevole sorpresa. La maggior parte degli autori bonelliani dovrebbero prendere appunti proprio perché il personaggio Dylan Dog si presta a essere terreno fertile per sperimentazioni di questo tipo.

L’articolo originale si trova al link
http://www.ubcfumetti.com/dylandog/?9942
© CMCT e UBCfumetti